giovedì 10 marzo 2011

Morire é un attimo

“Ingenuo” é l’aggettivo che secondo me piú si adatta a questo romanzo di Giorgio Ballario che ho comprato sulla scia dell’entusiasmo per “Il Volo della Cicala” (e ovviamente per non farmi mancare nulla, ho anche giá preso il successivo! Speriamo sia migliore...). Mi ha ricordato moltissimo i romanzi della Baltaro buonanima che avevo letto in serie prima di stufarmi per l’eccessivo perbenismo borghese che li permeava. Va bene che non tutti i polizieschi devono essere necessariamente splatter e violenti, peró neanche sempre arredati come il salotto buono di una madamina torinese. Vero anche che nell’epoca storica raffigurata – gli esordi del fascismo e la prossimitá della seconda Guerra Mondiale – i rapporti interpersonali, i dialoghi, le discussioni erano sicuramente piú formali che non ora, ma leggendo questi romanzi ho avuto l’impressione che qualcosa di dolciastro e appiccicaticcio mi colasse addosso, cosa che invece non mi era assolutamente capitata con De Angelis, ad esempio, che tratta piú o meno lo stesso periodo e per di piú vivendoci.
Mi rendo conto che la sensazione di fastidio maggiore sia derivata dall’uso smodato di frasi in torinese, dialetto che detesto, ma anche i personaggi trovo siano stati tagliati con l’accetta, le (rare) scene d’azione poco coinvolgenti, i paesaggi africani descritti quasi monotoni. Una buona idea é invece stata l’ambientare il tutto in Eritrea e rifilare qua e lá al lettore qualche notizia storica mascherata nella narrazione.
Forse piú ancora del dialetto turineis, comunque, odio profondamente il font 16 dell’Editrice Angolo Manzoni!
[Ref. post http://kifreewheel.blogspot.com/2010/12/il-volo-della-cicala.html]

lunedì 7 marzo 2011

La Vita Facile

Piú ci penso e piú il finale di questa commedia dai risvolti fin troppo attuali non mi ha dato la giusta soddisfazione. Paoletta (il lato pragmatico/realista della coppia cinefila) dice che La Vita Facile, alla fin fine, la sognano pure quelli di Emergency; io (il lato utopico/idealista della coppia cinefila) dico che la segreta speranza che esista ancora qualcuno al mondo in grado di resistere al fascino indiscusso delle mazzette da 500, é l’ultima a morire. Come si dice, ai posteri l’ardua sentenza.
E’ uno di quei rari casi in cui avrei bramato il finale holliwoodiano di rito con tutti felici&contenti&amici come prima tranne i cattivi arraffoni. O forse...ripensandoci una volta in piú, i cattivi arraffoni sono stati davvero puniti - perché non si puó certo annoverare il personaggio di Favino fra i buoni altruisti - e quindi il finale era davvero l’unico possibile perché lascia aperte le porte a una possibile espiazione/redenzione d’obbligo? Allora mettiamola cosí: non mi é piaciuta la fine che ha fatto Accorsi, ecco, appunto perché voglio ancora credere che la Medicina Senza Frontiere (se nasco un’altra volta peró faccio il medico in Kenya, sia ben chiaro!) paghi.
Detto questo, il film vanta un buon affiatamento fra gli attori, una bellissima fotografia di paesaggi africani (mi scappa il sigh...), dialoghi brillanti e numerose battute in romanaccio davvero spiritose (fantastico l'uso smodato dell'Amuchina gel anche contro la lebbra, mi ha ricordato me e la Fede in Madagascar!), musiche azzeccate e una valida idea di raccontare il passato italiano con pochi ma vividissimi flash back.
Il sottotitolo “Lui ama lei, lei ama lui...”, potrebbe far pensare a una commedia puramente sentimentale; invece il tema amoroso – che é comunque una delle molle che scatena la maggior parte delle grane nel film – non é peró tutto sommato cosí pesante da indurre a melensaggini mucciniane.
So che Paoletta commenterá “Accorsi BONO!”, quindi la anticipo: sí l’Accorsi ha un sorriso solare bellissimo e come la maggior parte degli uomini, arrivando ai 40 e irrughendosi attorno agli occhi, accentua anziché deprimere il suo fascino maxibon.

venerdì 4 marzo 2011

Enigma in Luogo di Mare

[Ref. Post “A che Punto é la Donna Informata dei Fatti”, http://kifreewheel.blogspot.com/2011/02/che-punto-e-la-donna-informata-sui.html]

Ecco, questo romanzo qui, lungi dall’essere “brutto” é peró meno intrigante dei precedenti di F&L che ho letto recentemente. Piuttosto lento nell’ingranare, ha infatti una lunghissima presentazione dei personaggi – e sono effettivamente molto numerosi – che abitano l’esclusivo borgo residenziale nella pineta della Gualdana, in Toscana. Particolarmente sotto tono, secondo me, sono state le parti di minuziosissime descrizioni dei tarocchi che interpreta una di loro, una vecchietta ospite nella villa dell'amica svizzera per Natale.
La notte della vigilia, in cui soffia una violenta libecciata, il conte Delaude, furtivamente introdottosi con l'amante nella villa usata essenzialmente come residenza estiva, viene trovato assassinato sulla spiaggia contemporaneamente alla misteriosa sparizione di una donna che avrebbe dovuto partire per Milano ma che lí non é mai arrivata, e del marito, inghiottito dalla pineta durante la notte.
Il tono del romanzo é come sempre piacevolmente leggero e ironico e lo scioglimento dell’inghippo (e vai, stavolta avevo indovinato QUASI tutto!), svelato dal commissario Aurelio Butti e da un altro inquilino della Gualdana, il depressissimo pessimista cronico Gabriele Monforti, ha tutto sommato una spiegazione piú semplice e razionale di quanto potesse sembrare all’inizio delle indagini...
...ma resta indiscussa la netta superioritá overall di “A che Punto é la Notte”.

lunedì 28 febbraio 2011

Kirkuk Kaffe

Da tempo puntavo questo ristorante curdo/greco di via Carlo Alberto 16 (http://www.kirkukkaffe.com/) che giá dall’esterno, le volte in cui mi ero fermata a sbirciare, mi aveva ispirato fascino mediorientale e aria da tendopoli maghrebina. L’interno infatti non delude, ricchissimo di suggestioni arabeggianti su pavimenti e pareti, ma, secondo me, é anche quanto di meglio offre il locale. Le recensioni entusiastiche che si leggono su internet, addirittura “il miglior kebab della cittá”, mi lasciano, tutto sommato, un pó esterrefatta. Non si mangia assolutamente male, intendiamoci, ma trovo sia un posto che va decisamente bene soprattutto per vegetariani e salutisti che vanno pazzi per farro/orzo/riso possibilmente sconditi.
Vero é che nel Kurdistan non si va avanti a pasta al forno lardellata fritta, peró dall’ “antipasto misto” uno si aspetterebbe un piatto un pó piú abbondante rispetto a una cazzuolata di hummus, un paio di falafel e un DADO minuscolo di feta...o no? (ho anche sbirciato la “crema di melanzane” arrivata al tavolo a fianco e soprattutto la faccia eloquente della ragazza che l’ha ricevuta!). Il mio “yogurt kebab” era invece di dimensioni accettabili e cosí il kebab arrotolato di CMB, peró non lo definirei certo il migliore mai mangiato...perché resto assolutamente settatta su quello di via Fratelli Calandra 6 (che mi sembra si chiami Belle Epoque); le altre amiche commensali hanno invece parecchio gradito il loro riso bianco con uvetta e sugo a parte (rosso con pezzettoni di patate). Non erano male i biscotti tipici, se piace lo stradolce mieloso mandorlato e/o coccato, e neanche la mappazza allo yogurt che ho preso io nonostante non sia riuscita a finirla data la corpositá pannosa. Secca un pó che su un elenco gia di per sé non troppo ricco sia di dolci che di té, di sabato sera per di piú, vengano fuori i classici “stasera non l’abbiamo”...ma pazienza. Il té alla menta di ripiego che ho preso mi é comunque piaciuto (anche se, a rischio di sembrare troppo puntigliosa, preferisco quello dell’Hafa Café di via S.Agostino 23). I prezzi sono comunque ragionevolissimi perché per un antipasto, un piatto unico, un dolce e un té e l’acqua abbiamo speso 14 euro a testa.Per riassumere, questo é un locale che definirei “senza infamia e senza lode”, che val sicuramente la pena provare una volta non foss’altro per l’atmosfera evocativa e la gentilezza del personale...e poi tornarci, cosí, tanto per...se si va al cinema da quelle parti!

domenica 27 febbraio 2011

Unknown

Ecco il bello di andare a vedere un film totalmente e irrimediabilmente prevenuti: che si può restare piacevolmente sorpresi. E' il caso di Unknown - Senza Identità, con Liam Neeson - che già di suo non rientra nel novero dei miei attori preferiti causa la scarsissima espressività facciale - ma che è riuscito a dar vita a un personaggio tutto sommato non troppo scontato e prevedibile nei panni di un botanico americano, a Berlino per partecipare a un convegno di biotecnologia, che resta coinvolto in un incidente d'auto e perde parzialmente la memoria. In due ore di film cercherà di mettere insieme i pezzi dei suoi flash e di capire perchè diavolo la moglie non lo riconosca più, nonchè si accompagni a un tizio che si spaccia per lui.
Il film ha molti echi di Frantic, di Ronin e delle classiche americazzate con inseguimenti on-the-road a cui il regista non riesce a rinunciare (battuta clou micidiale "Non ho dimenticato come ucciderti, stronzo!"...ma perchè, perchè???), però il colpo di scena finale c'è e lascia abbastanza spiazzato chi, come me, non aveva capito una mazza (CMB, che invece aveva intuito, assegna un 5 1/2 al film e sfoga la sua delusione sul successivo doppio kebab!).
Brava e sempre bellissima la taxista clandestina Diane Krueger e il grande Bruno Ganz nei panni di un investigatore privato ex-poliziotto della Stasi; odio psicosomatico estremo invece per Frank Langella che mi ha riportato alla mente il ruolo fastidioso a dir poco interpretato nel pacchianissimo The Box, una delle più grosse tavanate viste negli ultimi mesi.
E poi la MIA splendida Berlino d'inverno, che dire...

venerdì 25 febbraio 2011

Immaturi

Il mio incubo ricorrente – e non serve uno strizza per interpretarlo – é che mi chiamino dalla segreteria dell’universitá dicendomi che la mia laurea non é valida perché uno degli esami (di mate, nella fattispecie) é da rifare per un qualche disguido burocratico. Solitamente mi sveglio urlando, in un bagno di sudore&lacrime. Mai e poi mai vorrei rivivere l’ansia patologica di quegli anni e mai e poi mai avrei, adesso, la forza di volontá necessaria a concentrarmi per studiare quelle schifezze di materie che giá in epoca di neuroni “freschi” odiavo. Puah.
Nel film non é la laurea ma il diploma di maturitá, quello da riprendere dopo 20 anni di assenza dai banchi scolastici, ma il titolo gioca ovviamente sull’immaturitá dei protagonisti, tutti sulla 40ina ma ancora profondamente fragili e insicuri (mi immedesimo): chi non vuole diventare padre, chi non riesce ad affrontare una relazione stabile, chi vive ancora con i genitori dormendo nel letto a castello di quando era piccolo.
Quest’ultimo é stato il mio preferito, un comicissimo Ricky Memphis con mammina al seguito e padre romanaccio invece arcistufo della sua presenza in casa. Peró, peró...mica male anche gli altri attori (che poi son praticamente sempre gli stessi utilizzati per questi film sui 40enni in crisi; strano che non ci fosse Accorsi!), che sono riusciti a rendere bene e senza troppe melensaggini il senso di amicizia e affiatamento che li ha accompagnati per tutti gli anni post liceo: Ambra Angiolini in primis - ne ha fatta di strada da velina coglionicina con auricolare di Non é la Rai - Raoul per rifarsi gli occhi, Paolo&Luca nel pieno del loro stile, Alessandro Tiberi, giá apprezzato in Generazione 1000 euro, in un ruolo dolcissimo anche se di secondo piano, Barabara Bobulova che non credo di aver mai visto e mi é piaciuta molto nel ruolo di madre imbranata, e financo la Caprioli, che reggo pochissimo, ma che per una volta non ha una parte da donna facile, diciamo, e dicendo un paio di battute in croce, sembra quasi saper recitare. Menzione d’onore alla bambina che interpreta l’intraprendente figlia della Bobulova; le sue perle di saggezza elementare sui ruoli uomo-donna sono da manuale.

P.S. Sono andata anche a vedere Il Discorso del Re, ovviamente...gran film con straordinari protagonisti...ma per la recensione mi associo in pieno con l’irreprensibile: http://whambamthanks.blogspot.com/2011/02/il-discorso-del-re.html

giovedì 24 febbraio 2011

Le Cose che Non ti ho Detto

Potrebbe sembrare l’ennesimo libro sullo stile di quello lá che sussurrava ai cavalli (lo ammetto. L’ho letto, ai tempi. Mi ha fatto skifo ma so che nessuno ci crederá mai), invece é un bel poliziesco di Bruno Morchio, strizzacervelli genovese, scovato su ibs e acquistato convinta, dopo aver letto un bel pó di recensioni entusiastiche.
In effetti mi unisco volentieri al coro dei lodanti; la trama é intrigante al punto giusto, la scrittura scorrevole ma non banale, i carrugi della cittá vecchia descritti, a parer mio che proprio non li ho presenti, in maniera decisamente evocativa.
La storia racconta – in poche parole – un’indagine dell’investigatore privato Bacci Pagano, ingaggiato da una sua storica ex per fare da balia a un luminare della psichiatria da anni dedito all’alcolismo anziché ai suoi pazienti e sposato a una ragazza misteriosa dal passato piuttosto oscuro.
L’unica nota che ho trovato un pó stonata, forse, é l’atteggiamento vagamente snob del Pagano, che talvolta mi ricorda lo stile di Piazzese (autore che comunque mi piace parecchio, vedi post su “Il Soffio della Valanga”)...a partire dal nome che affibia alla figlia, Aglaja...ma non c’era un nome italiano sensato da darle, no...! In alcuni punti suona infatti secondo me quasi stucchevole e troppo forzato il suo dar sfoggio di cultura anche quando i paragoni potrebbero essere molto piú semplici, tipo: “...questa cosa qui é dolce come l’Ouverture 40 in Fa maggiore di Mozart...”...ma va lá, va lá, che vorrei proprio sapere quanti lettori hanno presente ció di cui stai parlando (me inclusa!).
Tali eccessi di spocchia sono comunque molto rari e devo ammettere di essermi sciroppata l’intero romanzo in 5 ore esatte, profondamente soddisfatta e scattante ai blocchi di partenza per comprarne altri.

martedì 22 febbraio 2011

One Year in Two Minutes!


No, ma sentite e ammirate sto video MERAVIGLIOSO!!!!!!!!!!!!!

lunedì 21 febbraio 2011

A che Punto é la Donna Informata sui Fatti

Nella notte dei tempi (ero alle medie, sigh) mi ero gioiosamente ingurgitata tutti i romanzi di Fruttero&Lucentini che mi aveva prestato mia zia, fanatica lettrice della strepitosa coppia. In un momento di impanicato vuoto librario (avete presente quando si fa via Garibaldi, piazza Castello, via Roma e non si trova UN libro che ispiri anche solo lontanamente e a casa il comodino giace impolverato e coperto di soli sciroppi per la tosse? Ecco, questo é il vero panico...), decido di comprarli in massa e rileggerli, tanto non ricordo cos’ho mangiato ieri a cena, figuriamoci libri letti piú di 20 anni fa. E inizio da “A che Punto é la Nottte”.
Beh, chapeau, innanzitutto. Al fiume di cultura storico-religiosa che trasuda da queste pagine imbevute di torinesissimo grigiore squallido di periferia metropolitana e buio lugubre di vicoli contorti del centro storico. Quando si vede che un Autore non é un pennivendolo capitato per caso in libreria.
L’intricatissimo poliziesco ruota attorno all’omicidio di un prete spretato che si attorniava di strambi adepti seguaci della gnosi e del sacro pneuma...termini astrusi e mistici che poco per volta gli autori riescono a sviscerare spiegandoli al lettore attraverso gli incontri che il commissario Santamaria fa nel corso dell’indagine che, a un certo punto, si intreccia con quella di un poliziotto infiltrato negli ambienti mafiosi per poi riunirsi alla fine in un’unica, avvincente, conclusione...e sciapó doppio a chiunque sia riuscito a intuire in anticipo chi fosse l’assassino.
Santamaria (che riesce sempre a esercitare il suo fascino latino sulla protagonista di turno!) compare anche in “La Donna della Domenica”, in cui si narra l’omicidio di un architetto un pó squallido, un pó voyeur, un pó ladro di progetti altrui, a cui l’assassino – e anche qui...capire chi sia é davvero un’impresa – sfonda il cranio con un’arma particolarmente goliardica e decisamente adeguata al personaggio.
Donne Informate sui Fatti” (che é peró del solo Carlo Fruttero) é scritto con le voci alternate delle protagoniste femminili e donna é anche l’assassinata, un’ex-prostituta sposatasi poi a un riccastro della Torino-bene; originalissimo questo susseguirsi di capitoli narrati in prima persona dove uno stesso fatto viene ripreso sotto le diverse luci dei diversi occhi che lo osservano.
Tutte e tre le vicende di questi romanzi sono permeate da un umorismo intenso, molto sottile e assolutamente mai volgare, anche quando l’argomento tocca temi piú piccanti. I personaggi sono sempre grandiosamente piemontesi con tutto il loro indignato snobismo lasmesté verso i terroni (ma che tenerezza, gli anni ’70...adesso l’odio di torinesi da generazioni e tarun trapiantati si coalizza in ben altre direzioni...). Alcuni che personalmente ho amato alla follia ridendo alle lacrime: il boss Fiat che si presenta sul luogo d’indagine circondato dalla classica torma di leccaculo, l’appuntato Luigina Pietrobono e il suo spassosissimo modo di prendere appunti pressoché in tempo reale abbreviando le parole (“A che punto é la Notte”) e for ever l’americanista Bonetto (“This is the Balloon” resterá un mito!).

mercoledì 16 febbraio 2011

I’ll be Your Mirror – Nan Goldin

http://www.youtube.com/watch?v=BUIAsWsqiyk

Clo mi ha scritto una bellissima frase a proposito di questo documentario che ieri ci siamo sciroppate all’insegna dell’allegria galoppante e sfrenata:
“Non ho ancora capito se la NY degli anni ‘70 ha prodotto solo artisti o se qualsiasi depravato che ci abbia vissuto sia considerato artista solo per essere stato al posto giusto nel momento giusto a fare le cose sbagliate”.
Direi che ha riassunto in 2 righe il pensiero dell’intera sala. Party alcolici, abuso di droga, sesso libero&selvaggio e orge varie (uomini, donne, trans, gaylesbo, drag queens, cani, porci) erano all’ordine del giorno nella vita da ventenne di questa fotografa che inizia a scattare immagini di persone come tracce, per non perdere mai il ricordo di coloro a cui vuol bene. Sconvolta dal suicidio della sorella maggiore quando era ancora una bambina, Nan scappa a NY appena quattordicenne e inizia la sua ribellione a suon di eroina, circondata da un gruppo di amiconi drugá ma con i quali tuttora mantiene ottimi rapporti dopo un tot di passaggi in clinica per disintossicarsi. Con i sopravvissuti, ovviamente. Perché con l’arrivo degli anni ’80 arriva anche l’AIDS e pretende il pagamento per l’abuso di droga, il sesso libero&selvaggio e le orge varie (uomini, donne, trans, gaylesbo, drag queens, cani, porci).
Questo é stato l’aspetto che mi ha piú colpita e che meglio ha reso, secondo me, il senso di perdita che deve aver sperimentato l’autrice (il documentario é autobiografico e narrato in prima persona) che si chiede con che criterio alcuni si siano ammalati e altri, come lei, no, nonostante tutti fossero ugualmente coinvolti...il sapore della libertá assoluta che all’epoca si credeva di avere, il pensare di poter esagerare in vizi e perversioni senza limiti di sorta e senza un prezzo da pagare...e la sua brusca interruzione all’arrivo di questo fantasma dai contorni indefiniti, che ha iniziato a colpire qualcuno come una semplice infezione polmonare e poi uno dopo l’altro in tantissimi hanno cominciato a incavarsi e a morire con una flebo nel braccio e l’amico di fianco al letto a reggergli la mano scheletrica per l’ultima volta. “Ci credevamo immortali”, ha detto un intevistato, HIV positivo, che prende 4 pastiglie al giorno per tenere a bada le infezioni mentre ammette la paura che lo assale quando si rende conto che sta per morire anche lui.
Temevo che il documentario fosse per “pochi radical chic” (citazione molto attuale) e/o intellettualoidi da strapazzo, invece l’ho trovato commovente e ben articolato fra fermi immagine, interviste, voce fuori campo con racconti di vita vissuta. Che poi, esattamente come Clo, mi venga il dubbio che l’Arte sia spesso da ricercarsi da tutt’altra parte...é un’altra storia ancora.