mercoledì 30 giugno 2010

L'albero dei giannizzeri

Esattamente come il primo che ho letto, “Il serpente di pietra”, questo romanzo di Jason Goodwin ambientato a Istambul nel 1830, comincia bene e poi si perde nei meandri tortuosi e olezzanti delle vie stambuliote. Si ha l’impressione che un sacco di pagine avrebbero potuto essere risparmiate nel raccontare una vicenda che tutto sommato non è poi cosí cervellotica: un pazzo esaltato vuole ripristinare l’estinto ordine dei giannizzeri rovesciando il potere del sultano, colpevole di essere troppo aperto ai rapporti con l’Occidente. Punto. Il tutto si intrica terribilmente con le tracce che questi giannizzeri scampati alla strage di alcuni anni prima spargono per la città, uccidendo alcuni, nascondendosi ad altri, stringendo legami che non si capisce bene perchè si stringano, radunandosi in luoghi “sacri” che l’eunuco protagonista (non l’ho trovato particolarmente carismatico nel primo libro e l’impressione è confermata) cerca come un pazzo correndo qua e lá fra gnokke cosmiche – destino infame – danzatrici del ventre, valletti, cortigiane, altri eunuchi tarpati in maniere allucinanti, ambasciatori che portano pene, altrochè, la mamma del sultano (troppo antipatica!), il sultano stesso (antipatico anche lui e pure ciccione laido).
Mi ripeto: esattamente come il primo romanzo, questo si può leggere se si è innamorati dell’aria del Bosforo; essendo stata da poco a Istambul e avendone amato i colori e i profumi nonostante l’inverno, ho apprezzato il riconoscermi in alcuni dei luoghi descritti cosí com’erano nel 1800...ma nulla più. Direi basta libri di Goodwin.

mercoledì 23 giugno 2010

Una favoletta di Italo Calvino – Marzo 1980

Fonte “Patria 1978-2008”, Enrico Deaglio

cut&paste dalla fonte …

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito…”, e, dopo aver passato in rassegna gli effetti della corruzione, del gangsterismo, della violenza politica e la loro saldatura in un sistema stabile e compatto, racconta di una pur sempre numerosa categoria di cittadini “cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano costoro, onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma, non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.[…] Dovevano rassegnarsi all’estinzione?”

No, conclude la favola di Calvino: “la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”

Non aprite quella porta …

…e mi riferisco a quella del ristorante-pizzeria La vucciria in corso XI Febbraio a Torino!!!!
Le leccornie descritte sul sito http://www.avucciria.com/ mi avevano ispirato un sacco …tutta colpa, come al solito, delle ASPETTATTIVE: sono andata lì convinta di trovare a spadellare Adelina, quella di Montalbano … ed invece l’unica cosa che mi ha ricordato vagamente il mare è stato il SALATO del primo piatto Pasta cu piscispata e miliciani seguito da Carpaccio di'nciovi, piscispata e tunnù.

Quantità abbondante, ma qualità davvero SCADENTE … iacsssss:(

lunedì 21 giugno 2010

A-Team

No, vi prego, il carro armato volante che si sposta a colpi di cannonate NO!!!! Era fin più credibile Prince of Persia, tutto detto...
Il filmaccio remake del mitico telefilm padrone assoluto dei miei sabati sera adolescenziali (sí, lo so, sono un’alienata) è un’accozzaglia di esplosioni pirotecniche, voli improbabili, battute ritrite, scazzottate da bar, militari corrotti, vecchie fiamme che ribrillano. Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, insomma, ma nonostante la semplicità dell’intreccio e l’assurdità esageratamente americana delle scene d’azione, comunque, un paio d’ore di risatine di gusto vengono strappate e a me personalmente ha fatto piacere rivedere sul grande schermo i fantastici 4, anche se non i pezzi originali.
Su Liam Neeson, in particolare, ero partita prevenutissima; l’ennesimo attore, a parer mio, decisamente sopravvaluato che possiede in realtà al massimo un poker di espressioni facciali, ma che tutto sommato invece non sembrava troppo a disagio nei panni dell’intramontabile colonnello Hannibal Smith. Forse un po’ troppo allegro e amicone di Murdock (nel telefilm lo detestava trattandolo malissimo), il personaggio di P.E., interpretato dall’ennesimo rapper spesso come un armadio a 2 ante...nel telefilm era un tipo stra-burbero, qui lo si vede anche ridere, orrore! Sberla era interpretato non male da un Bradley Cooper charmant come l'originale ma un po’ troppo palestrato (secondo me lui ha dato il meglio – anche esteticamente parlando – in “La verità è che non gli piaci abbastanza”) che mette spesso e volentieri in mostra il tripudio di addominali scolpiti anche senza motivi apparenti, mentre Murdock – il mio preferito – era Sharlto Copley di “District 9”, azzecatissimo e sufficientemente fuori di testa, volo rovescio in elicottero e in C-130 a parte, davvero scene di una demenzialita' micidiale.
Ah, fra parentesi sono andata a vederlo di sabato sera.

martedì 15 giugno 2010

Robin Hood!

E’un prequel, diciamo. L’inizio della leggenda di Robin Hood nella foresta di Sherwood, del cattivissimo sceriffo di Nottingham, di Lady Marian (Cate Blanchett secondo me non è mai stata cosí bella) e del rubare ai ricchi per dare ai poveri. Dalle crociate in Terra Santa passando per la Francia, l’arciere provetto Robin Qualcosa (usurpa il nome Locksley a un sir morente), segue re Riccardo Cuor di Leone che assedia castelli con fare sborone per poi farsi trapassare da una freccia scoccata per caso da un cuoco (si sa che i francesi in cucina danno il meglio). Ah sí? Ma Riccardo non tornava dopo da eroe e ribaltava il fratello pirla dal trono? Mah. A sentire Ridley Scott che magnificava il suo film rispetto al Robin Hood di Kevin Costner (che per altro io ho amato moltissimo, non foss’altro per “Everything I do” di Bryan e per Alan Rickman mitico sceriffo di Nottingham!), le cose sono andate esattamente cosí. Robin torna in Inghilterra riportando la corona di Riccardo a mamma sua che ne incorona seduta stante il fratello scemo dallo sguardo bovino, e si fa passare per Locksley presentandosi al di lui castello a Nottingham, ivi trovandoci la bellissima vedova e l’ammiccante papi con la voce di Silente (ma quanti SECOLI ha Max Von Sydow ormai?) che lo accoglie come fosse il figlio vero. Da qui in poi è tutto un mix di Gladiatori con tanto di arringhe alle truppe, sbarchi in Normandia alla soldato Ryan, un po’ di Troy, alcuni elementi di Elizabeth, e poi tutta la dannatissima serie di film in cui il protagonista somatizza un rapporto conflittuale col padre. Eppure son sicura di aver letto che Ridley affermava tronfio e pomposo qualcosa tipo: “il mio film è assolutamente originale”.
Comunque: forse un po’ lento all’inizio - anche perchè a parer mio non si capisce bene dove si voglia andare a parare – il film è guardabilissimo, in primis per un Russel Crowe in notevole forma fisica che sembra esserci nato, su quel cavallo e per questo gli perdoniamo di avere solo due espressioni facciali (triste/meno triste). Solo alla fine del film ho intuito che un tale John detto “Piccolo” dagli amici del cuore era il famoso Little John; a volte, le traduzioni...
Chiccona del film, il principe Giovanni che rinfaccia a mammina di preferirgli Riccardo...come non tornare al Robin Hood di Walt Disney col leone scemo che si succhiava il pollice piangendo per lo stesso motivo? Il cartone della Disney resta - comunque e assolutamente - IMBATTIBILE.

lunedì 14 giugno 2010

La ragazza fantasma

Era dai gloriosi tempi di “I love shopping” (rigorosamente il PRIMO volume, gli altri navigavano semplicemente l’onda del successo) che non ridevo cosí di gusto per la marea di equivoci e situazioni assurdamente imbarazzanti in cui la Kinsella fa rovinosamente capitare la sua nuova protagonista. Lara è briosa ma sfigata come Becky in affari e amore e riesce a cacciarsi anche da sola in guai stratosferici; per di più da un certo momento in poi della sua vita arriva anche il fantasma della prozia Sadie a perseguitarla con una strana storia su una collana perduta di cui avrebbe assolutamente bisogno.
Geniale l’inizio del libro in cui compare la lunga lista di bugie dette per tranquillizzare i genitori (mi immedesimo all’istante): 1. si, il lavoro va benissimo e mi da’ un sacco di soddisfazioni 2. ho superato alla perfezione tutti i miei problemi sentimentali e sono forte e sicura di me come non mai 3. ma certo che ho pagato quella multa! 4. no, non ho nessun tipo di problema economico, tranquilli.
Memorabili le uscite serali di Lara vestita Anni '20 per le vie di Londra, davvero, io che mi sento a disagio quando so di avere la biancheria a panda e fiori non intonata ai vestiti non riuscirei mai a ficcarmi in testa un cappellino di piume e andare in giro come se niente fosse...
Divertente, insomma, un bell'intermezzo fra un libro depre e un altro.

domenica 13 giugno 2010

District 9

Finalmente son riuscita a vedermi District 9 in dvd originale (DAVVERO!) dopo essermelo persa con grandissimo inkazzo al cinema lo scorso autunno. Beh, a me è piaciuto. Metà l'ha trovato disgustoso, Delfino noioso. Io assolutamente originale. Per una volta gli alieni sono gli sconfitti, arrivati per caso sulla Terra a causa di un guasto all'astronave madre, e non gli invasori venuti per distruggerci. Anzi, loro se ne andrebbero anche volentieri, se potessero. E oltretutto no, non ero sicura che l'Alieno e il Piccolo Alieno ce la facessero, alla fine, quindi la tensione da fiato sospeso c'è stata tutta, così come la voglia che il drone da combattimento nuclearizzasse i cattivi a suon di laser.
Il succo del film è che noi umani siamo e restiamo un gran branco di miserabili bastardi quando si tratta di avere a che fare con il "diverso" o con chi si permette di invadere, anche involontariamente, il nostro metro quadro di proprietà. L'immigrato, da un altro Paese o da un altro pianeta, comunque, va represso e respinto. Poca pietà, poca tolleranza, molti arraffoni, sfruttatori e usurai che vendono il cibo per gatti - di cui i simil crostacei vanno ghiotti - a prezzi esorbitanti. Ripugnante lo slum in cui vengono ghettizzati gli alieni, costretti a vivere in mezzo ai rifiuti in baracche cadenti, lo stesso destino a cui costringiamo i nostri simili in un bel pò di Paesi del mondo. Non a caso il tutto è ambientato a Johannesburg, che di Apartheid deve averne fin sopra i capelli, e non a caso tutto il battage pubblicitario che ruotava attorno al film puntava sui simboli "For humans only" a fare l'eco ai "White".
Effetti speciali al minimo ma niente male, regia particolarissima (all'inizio sembra un documentario!), il futuro Murdock di A-Team dal nome impronunciabile, un tipo convincente nella sua disperazione da passaggio da cacciatore a preda.
Vista la quantità di dialoghi in alienese coi sottotitoli potrei financo tentare di vedermelo in americano...

giovedì 10 giugno 2010

La caccia al tesoro

Mannaggia, peccato. Peccato, peccato. Era iniziato davvero nel miglior Montalbano possibile, pronto alla peggio turilla in caso di umore nivuro e dal sempre feroce pittito lupigno (vien voglia di sbafarsi quella pasta ‘ncasciata di Adelina ogni volta che se la ritrova in forno da scaldare), Montalbano che litiga al telefono con Livia, Montalbano che si azzuffa con Mimí, Montalbano che tenta di resistere alle forme provocanti di Ingrid, Montalbano che sopporta Catarella, Montalbano che mal si muove nel burocratichese voluto dai vari questori/pm/giudici/avvocati con alcuni pezzi di bravura da ridere alle lacrime...ma poi scade nel morboso silenzio degli innocenti che io tanto detesto. Abituata a pellicole americazze sul filo del rasoio, fino alla fine ho sperato che la vittima fosse salvata in extremis. E invece no. E io odio quando mi si uccide un innocente senza motivo e per di piu’ in maniera cosí truculenta, degna del peggior Saw.
Ogni tanto Camilleri ha dei picchi trash che mi lasciano un po’esterrefatta.
Mannaggia, peccato.

domenica 6 giugno 2010

Prince of Persia

Ma sì, non aveva nessuna pretesa, ma è stato divertente! Alla fin fine se un film non si prende troppo sul serio e SA di essere poco più di un videogioco, risulta piacevole e rilassante e, personalmente, più coinvolgente di mattonazzi pomposamente gonfiati alla stregua di Avatar.
Il principe col nome da detersivo (Maestro Alessio dixit) salta, combatte, volteggia e muscoleggia in mezzo a vipere, Assassini, parenti fedifraghi e notevoli gnocche (sigh) per riavvolgere il Tempo (uhm, aspetta, ma non l'aveva già fatto Donnie Darko?) e provare così la sua innocenza nell'assassinio del padre. Jake ha lo sguardo intelligente e partecipe del bove che rumina l'erba in un prato, ma poco importa ai fini di questo godibilissimo blockbuster dove ciò che conta sono i sabbiosi effetti speciali e gli assurdi salti da videogioco di Dunstan, sciabole e pugnali alla mano. Ben Kingsley fa il cattivo (ma và? Ma solo in "Gandhi" ha fatto il buono?), Alfred Molina un comicissimo persiano predecessore dei moderni evasori fiscali, la Aterton è di una bellezza spettacolare (io voglio quel fisico lì!!!!!!! E avrà pure 25 anni al massimo, maledizione - N.d.A.) e le spalle hanno simpatici nomi notoriamente persiani come Tas e Bis.
La cosa più bella del film resta comunque essere riusciti ad andare in quel tamarraio fott&&%)* del Medusa, di domenica, e aver evitato il suddetto tamarraio in quanto presentatici allo spettacolo delle 14.45!!!
Inutile dire che il videogioco è stato il mio mito personale per anni, fino all'avvento dei Tomb Raider...in effetti speravo che anche nel film ci fossero le famose tagliole dall'inquietantissimo suono rugginoso...

Scorciatoia per il Paradiso

Ricordavo il nome, Teresa Solana, ricordavo fosse di Barcellona e di aver già letto un suo romanzo...ma non ricordavo nè quale fosse nè di cosa parlasse. Poi, appena sono comparsi in scena Borja e Eduard, i gemelli investigatori - ma nessuno sa che sono fratelli - senza la benchè minima licenza ma solo dotati di intraprendenza e ottimi contatti nella società bene, mi è tornato in mente: "Delitto imperfetto", divertentissimo, ben congeniato e ben scritto. E questa "Scorciatoia" è geniale come il precedente. I gemelli sono personaggi originali e ben descritti, uno libertino, affascinante e carismatico, l'altro padre di famiglia, fedele e disciplinato che mal sopporta i colpi di testa dell'elegantissimo fratello.
Una serie di attori altrettanto insoliti fanno da valide spalle: Merche, la fidanzata ufficiale di Borja, Lola, la sua amante, Montse, la moglie di Eduard, Mariona, l'anziana nobildonna che ha preso Borja sotto la sua ala, lo scrittore squattrinato che diventa rapinatore per necessità, il cupissimo poeta esistenzialista che viene accusato dell'omicidio, il maniaco che resta secco ascoltandolo declamare una delle sue poesie (divertentissimi la serie di equivoci per i quali il poeta viene scambiato per un cannibale!), l'entourage di scrittori, critici e femministe snob e altezzose che circondano la vittima, famosa scrittrice di romanzi rosa. Assolutamente geniale il finale, da ridere!
E poi adoro i libri nei libri! Il titolo è in realtà anche quello del romanzo che la vittima ha appena finito di scrivere e la sua morte ricalca la stessa fine che fa la protagonista, senza contare che il rapinatore-scrittore scrive un romanzo che inizia esattamente come il primo capitolo del libro.
Ambientato a Barcellona ai giorni nostri, la "Scorciatoia" offre anche un quadro della società che per molti versi ricalca la nostra: precariato, lavori sottopagati e in nero, lauree umanistiche considerate pari a zero, mutui esorbitanti...non si sa bene se sentirsi sollevati in base al concetto di "mal comune", oppure preoccupati ancora di più...

Lost in a Flash Forward

Di alcune cose non mi capacito per niente. Anche partendo dal presupposto che non siamo tutti uguali - e va bene - e che non abbiamo gli stessi gusti - e va bene - mi piacerebbe sapere come sia possibile che una serie intrigante, appassionante, appagante, divertente come Flash Forward debba rimanere ferma alla prima, mentre Lost sia andato avanti fino alla SESTA per poi finire spiegando (male oltre tutto, a parer mio) a malapena gli aspetti più plateali dei grandi misteri dell'isola...sì, lo ammetto, nell'ultima puntata ho pianto a dirotto ma più per una questione affettiva che non per la commozione suscitata dalla puntata in sè. Anzi, l'istinto omicida nei confronti di Lindelof e Cuse è arrivato alle stelle. Ma non ci credo...SEI serie e alla fine...sono tutti morti? E la statua a 4 dita a tema Egitto? E Aaron e il suo non dover essere separato da Claire? E il Dharma come cavolo è finito sull'isola? Ma alla fine chi sono sti Altri che vivono nel tempio? Da dove sbuca il giapponese? Perchè Sayid prima muore e poi rivive? Soprattutto, perchè è così idiota da correre con la bomba sotto braccio anzichè buttarla e chiudere la porta stagna? Come diavolo fa Widmore ad andare e venire dall'isola se questa si sposta nello spazio-tempo? Perchè caspita mai girando la ruota si sbuca in Tunisia? Ma quindi Jacob, lungi dall'essere un "buono", è un gran deficiente pure un pò assassino! E la madre adottiva, da dove arriva? E' anche lei fumo nero? Ha provato a entrare nella luce? Perchè Desmond è speciale e resiste alle radiazioni? ARRRRRGGGGHHHHH!!!! Alla fin fine credo che sto video sia assolutamente vero:

http://www.youtube.com/watch?v=m_vdoU5L4Nk

Purtroppo anche Flash è finito lasciando aperte molte porte che spero bene qualcuno si senta di chiudere senza lasciarci col fiato sospeso...magari un'altra rete che non sarà la abc (sembra confermato, ormai) acquisterà i diritti del film e avrà voglia di spiegarci chi è che "hanno trovato" nel flash di Charlie del 2015.
Godiamoci, nel frattempo, la splendida musica che accompagna il secondo flash forward delle 10.14 p.m. e la fine dell'ultima puntata:

http://www.youtube.com/watch?v=Ao8FIszjKZg

"He who foresees calamities suffers them twice over"

sabato 5 giugno 2010

100 anni!

Ganza idea della TITTI :-) di festeggiare i 100 anni del trenino del Bernina, appunto, prendendolo. In splendida forma, molto Sex&the Canton Ticino (ma STRANAMENTE nessun pubblico applauso di elvetici maschi al nostro arrivo), noi 4 amichette prendiamo la macchina fino a Lugano, 2 ore esatte, ci fermiamo in hotel qui una notte in una quadrupla bella casinosa che si affaccia sulla via principale (sono l'unica che riesce a dormire, abituata a via Borgaro...ma spettacolari i proprietari che ci fanno tenere aggratis l'auto nel posteggio dell'hotel per 2 giorni...fantastico), bus il giorno dopo fino a Tirano, 3 ore, trenino fino a St.Moritz, 2 ore, hotel a St.Moritz e ritorno in maniera esattamente simmetrica il giorno dopo ancora. Una divertente zingarata, 3 giorni in tutto, intervallata qua e là da colossali mangiate, come se non fossero bastati i wurstel berlinesi. Il colesterolo ringrazia :-P ...ma vuoi dire di no ai pizzoccheri allo straburro proprio in Valtellina? No di certo.
Le città di sosta, Lugano e St.Moritz non valgono assolutamente il viaggio; belli i lungolago nei dintorni dei quali passeggiare (ginocchio berlinese permettendo!) ma assurdamente piene di negozi griffati che neanche via Roma. Squallido. La montagna, per me, è ben altro. Sembrano carucci invece i paesielli sul lago di Lugano tipo Gandria (che comunque è in Italia, vorrei specificare), visto beatamente dal traghetto in pieno relax e poi il giorno successivo coi capelli dritti nel delirio della strettissima strada a doppio senso in cui il nostro enorme bus ne ha incrociato un altro. Menzione d'onore al guidatore del bus, un omone grande e grosso dalla gentilezza altrettanto esuberante: mega sconto sui biglietti, informazioni stradali utilissime per il ritorno (ci ha consentito di evitare il casino attorno a Milano passando da Varese), nervi d'acciaio nell'affrontare il macello caotico del traffico nelle strettoie.
Spettacolare invece, il percorso del trenino - prezzo a parte, i 12 euro che speravamo di spendere erano solo la prenotazione, in realtà A/R costava 42 euro a cranio - che a Tirano attraversa impunemente la strada senza barriere di nessun tipo, come fosse un semplice tram, poi comincia a salire attraverso pinete il cui verde apre il cuore, fino a raggiungere i 2400 metri di fronte a montagne e laghi ancora coperti di neve, ghiacciai immacolati e squarci di azzurro attraverso le nubi.
Compagnia spettacolare anche se, Paolè, Jean-Philippe Van Damme non te lo approvo per niente, Dany, c'hai provato a fare la microragna e a non darmi i soldi giusti ma tanto so dove abiti e TITTI, la prossima volta più umile, più sottomessa, che altrimenti non ti facciamo più dormire con noi e mangiare al nostro desco.
Ah, fra l'altro, GRAZIE del libro! :-)

giovedì 3 giugno 2010

You are leaving the american sector!

...recita il cartellone al Checkpoint Charlie, dove fino alla caduta del Muro si trovava il passaggio che collegava il settore di occupazione sovietico con quello americano quando Berlino era ancora divisa in due. Un posto reso molto turistico dai figuranti in divisa che pretendono 1 euro a persona a foto e dai mille baracchini che vendono cappelli di staliniana pelliccia e stellette sovietiche made in Taiwan ("original stamp" ci dice uno, ma certo, senti, almeno taci e non insultare la mia intelligenza da turista bovaro che ci tengo), ma che conserva comunque un certo fascino storico.
Prima tappa della zingarata di 3 giorni a Berlino con il Delfino (Luce dei Miei Occhi per gli amici), lasciamo il Checkpoint per dirigerci a piedi verso il Museo dell'Ebraismo, uno dei musei più eclettici e strutturalmente originali che abbia mai avuto il piacere di visitare. Ha una forma a zigzag che dovrebbe rappresentare il percorso tortuoso della storia ebraica e finestre simili a ferite nei muri di zinco. Uno dei corridoi del piano terra, chiamato "percorso dei lager", finisce in una torre altissima, vuota, buia, da cui si sentono soltanto i rumori del traffico all'esterno che rimbombano e riesce a dare un bel senso di angoscia claustrofobica. Il giardino di monoliti granitici all'esterno non è su un unico piano e così pure le pareti dei blocchi sono inclinate; io e il Delfino abbiamo dovuto spesso appoggiarci perchè la nausea da mal di mare stava avendo la meglio, il senso di equilibrio era decisamente alterato.
Di nuovo a piedi, raggiungiamo la via principale, la Unter den Linden, dove inauguriamo il primo dei molteplici curry wurst ("uao, chissà cosa sarà!", beh, è un wurstel con su del curry, geniale nella sua semplicità) e la prima delle molteplici Becks Lemon, dal gusto divinamente artificiale.
Quindi attraverso la Porta di Brandeburgo, perchè non fare un salto - sempre a piedi - allo Zoo di Berlino a vedere Knut, passando per il Parlamento e per il Tiergarten, 167 fior di ettari di parco cittadino? Idea geniale, ginocchio destro cimito, spero sia recuperabile e che non lo debbano amputare. Meno male che ha cominciato a farmi male solo in discesa, altrimenti avrei passato 3 giorni in hotel. Hotel mitico, fra l'altro, scelto per botta di culo da Delfino a due passi da Hackescher Markt, con i suoi cortili liberty spettacolari, pieni di negozietti, atelier e angoli bucolici, davvero piacevoli da visitare.
Altre ganzate berlinesi, per farla breve: l'East Side Gallery, i resti del Muro diventato una galleria a cielo aperto e dipinto da meravigliosi murales, le rilassanti spiaggette lungo la Sprea dove sedersi su una sdraio sorseggiando una birra (credo la 6-7a della giornata, eh vabbè, ma vado in Germania, posso mica bere acqua, no?), il Memoriale agli ebrei morti nei lager, 2700 monoliti di granito nero, a diverse altezze, con luci e ombre nette che danno un'idea della vastità della strage impressionante, la splendida trasparente cupola del Parlamento (coda micidiale a parte per salire perchè ti controllano anche i peli del &%&), l'elefantino dello Zoo alle prese con un ramoscello, un secondo curry wurst dalle dimensioni elefantiache, appunto, il parco immenso di Charlottenburg, gli assaggi di birra artigianale in un pub vicino al castello, la porta di Isthar al Pergamon Museum, pazzesca, il divertente Sea Life che ha anche una vasca cilindrica alta 16 metri nella quale passa un ascensore (la colonna si trova nella hall del Radisson hotel, inutile dire che sono riuscita a farmi ciufire 11 euro per un drink per stare lì a rimirarla dall'esterno la prima sera, però è troppo bella e dall'interno i pesci sembrano volare nelle stanze dell'hotel!) e - dulcis in fundo, l'angolo techno - il Sony Center in Potsdamer Platz. Spettacolare il soffitto a vela con tiranti d'acciaio a imbuto spazio-temporale che di notte cambiano colore...e qui si trova anche l'IMAX theatre (c'è anche in Bangladesh, l'unico posto che non ce l'ha è l'Italia. No comment) che OVVIAMENTE non ho potuto trattenermi dal visitare, essendo per di più proiettato un 3D sulla vita begli oceani. MERAVIGLIA. Questo è quello che chiamo 3D (Avatar, su&"%&!!!)!!!!!
Unico pacco: la torre della televisione, DICIASSETTE EUROOOOOO per salire e scoprire che dai vetri sporchi si vedeva malissimo e che comunque Berlino è una città molto buia, con tantissimi spazi vuoti (i parchi) e quindi, da questo punto di vista, poco interessante.
Chicca: sono riuscita a chiedere "wasser, s'il vous plait" al bar dell'aeroporto, questo è il grandissimo problema di chi, come me, padroneggia perfettamente troppe lingue. Swicciare diventa difficile.
Appena scrivo per bene il resoconto su turistipercaso, pubblico il link qui.

http://turistipercaso.it/berlino/58554/3-giorni-a-berlino.html

Hotel Bosforo

Preso per caso al Salone del Libro nel blu-stand Sellerio, questo godibilissimo poliziesco di Esmahan Aykol possiede moltissimi elementi per farmi aspettare con ansia che ne esca presto un secondo, sempre con Kati Hirschel come protagonista.
Primo: Kati ha una libreria.
Secondo: la libreria è a Istambul, città nel cui fascino ho avuto recentemente il piacere di immergermi.
Terzo: Kati ha origini berlinesi e la parte che si svolge a Berlino ho avuto l'occasione di leggerla proprio mentre mi trovavo a Berlino, ma meglio di così.
Quarto: Kati è una disincantata e ironica 43enne alle prese con sbalzi ormonali mica da ridere dei quali mi sento fortemente partecipe.
Un buon mix di ingredienti che fanno di questo giallo un insolito piatto fusion. Una tedesca che ama Istambul e che ci vive da 13 anni perchè ne preferisce l'indomito casino alla rigidità crucca, è una protagonista originalissima e - oserei dire - molto autobiografica, essendo la stessa Aykol di origini turche ma eterna zingara fra Istambul e Berlino. I personaggi sono ben delineati per quanto spesso semplici spalle in quella che è la vita di Kati al di fuori della libreria (originale anch'essa, vende solo gialli) nelle afose serate sul Bosforo.
E poi niente da fare, i romanzi ambientati in posti in cui sono stata e nei quali mi ritrovo a camminare e a ricordare gli stessi odori respirati sulla carta, hanno una marcia in più. Bello, da leggere, lo consiglio.

L'isola di cemento

Di tutti i romanzi di Ballard, questo è sicuramente quello che mi è piaciuto meno e spesso e volentieri mi sono appellata ai diritti del lettore di Pennac e ho sorvolato su alcune pagine.
Disturbante è dir poco, "nauseabondo" credo sia il termine che rende meglio l'idea. Qui il degrado non è solo nel corpo e nello spirito, ma anche ambientale. Luridume, sterpaglia, lamiere contorte e arruginite, discariche a cielo aperto da cui l'informe numero da circo che vive sull'isola spartitraffico su cui piomba il protagonista a bordo della sua Jaguar, attinge il suo nutrimento. Ma che skifo! Disgustoso. Leggerlo dopo cena prima di addormentarsi non è stato il massimo.
Forse meno claustrofobico di altri (la via d'uscita c'è, ma il protagonista, Maitland, non la conosce e alla fine sembra non interesserargli più) anche perchè ambientato pressochè interamente all'aperto, il romanzo non è riuscito a coinvolgermi se non nel disgusto per le condizioni igieniche. Anche la descrizione dell'isola non mi sembra ben congeniata; ancora adesso non riesco a figurarmi perfettamente la sua struttura, così ripida da impedire a Maitland di scalarla una volta per tutte e filarsela da lì. E va bene, era ferito a una gamba, e va bene, c'era troppo traffico sulla superstrada...però...nei week-end? Di notte? Non poteva tentare di scappare quando non era ora di punta? Mah. Irreale e inverosimile. Troppo.
Una nota positiva: l'attenzione a dettagli minimi su cui normalmente il nostro sguardo sorvola registrando senza soffermarsi. Così come avevo amato la descrizione di Tabucchi delle macchie di caffè che impregnavano i tavolini di marmo di un bar, così ho davvero apprezzato "...mentre lo imboccava di cioccolato, marchiando ogni quadratino con i polpastrelli...". Bello.